Roma. Epicentro di fede e meraviglia

Testo di presentazione

Un periodo di attesa e preparazione, come quello del tempo quaresimale, fa emergere alcuni aspetti del nostro vivere: la fede e la meraviglia.

Congiunta alla sfera spirituale, fede significa anche affidarsi, come testimoniano le opere grafiche di Sara Paglia, che con sintesi contemporanea conia immagini-simbolo.

Strettamente personale, la fede alimenta la nostra interiorità, talvolta fragile, come raffigurato nelle narrazioni visive di Francesca Mariani, che nei suoi paesaggi moltiplica femminili suggestioni oniriche.

Definita anche come aspetto della sapienza che illumina sul mondo, sul suo significato e sull’uomo, la fede si tramuta in placido abbandono alla ciclicità della vita: le creazioni di Chiara Vittorini stimolano all’esplorazione del ritmo naturale rappresentato dal seme radicato nella terra, fessurato dalla luce e dunque pronto a germogliare.

La fede viene considerata inoltre come una lente per cogliere Dio: cercando nel Creato e nelle persone il Suo Volto nascosto, Dawid Kownacki presenta il momento di raccoglimento e preghiera del Figlio che si rivolge al Padre, rivelando tutta la sua umana natura presso l’Orto degli Ulivi.

Il Mistero della Salvezza viene esplicitato dal dittico di Giancarlo Frison, che nelle sue elaborazioni fotografiche condensa elementi figurativi intensamente evocativi riconducibili al ciclo cristologico.

Per quel che concerne lo svolgimento del triduo pasquale, momenti salienti vengono illustrati nell’Evangeliario custodito presso il Museo Diocesano di Reggio Calabria, di cui in questa sede si presenta una riproduzione con montaggio fotografico.

La fede può dirsi “certezza di cose che si sperano, dimostrazione di cose che non si vedono” (Lettera di San Paolo agli Ebrei 11, 1).

Interessato al binomio luce-ombra, Michele De Luca traduce in pittura ciò che è impalpabile e introduce a possibili spazi siderali grazie a formati particolari, che offrono l’idea di movimento e permettono di entrare in spazialità basate su trame strutturali.

Fede è anche credere alla presenza dell’influsso della divinità: questo è quanto accade nelle composizioni aggrovigliate di Vincenzo Franco, che consegna icone partenopee in un clima di tradizione e folklore popolari. Credere in questo caso rende il prodigio di San Gennaro rivelazione a funzione testimoniale di verità.

Lo stesso vale anche per il Sant’Orso realizzato da Ermanno Bonomi su derivazione dell’artista Francesco Nex. Proteggendo da calamità e soprusi, l’umile sacerdote di Aosta rimanda al mondo rurale e alla poesia del semplice.

Poiché l’edificazione della chiesa di Santa Maria dei Miracoli, a cui questa galleria d’arte è collegata tramite la sacrestia retrostante, è legata ad un episodio prodigioso, la collaborazione multicanale tra Giacomo e Paolo Mattioni ha inscenato il fatto straordinario che si verificò il 20 giugno 1525 (un ragazzo salvato dall’icona della gloriosissima Vergine supplicata da sua madre). Questa restituzione grafica dai toni urban evidenzia l’attaccamento alla figura divina e la potenza delle “immagini vive”.

Fenomeno universale come il pellegrinaggio, il miracolo afferma la nostra sete di meraviglioso: al di là delle differenze, si celebra l’unità del cosmo e la mutua integrazione degli esseri, auspicabilmente in modo festoso come accade nell’opera di Vincenzo Martini.

Spesso rigettato, ritenuto non necessario o correzione del dato naturale, il miracolo oggi è credere nel fare creativo, nelle affinità che si intrecciano nel quotidiano oltre la sterile standardizzazione.

Al di là del precetto all’astensione, questa parentesi temporale (Quaresima) potrebbe essere assaporata come tentativo di distacco dal superficiale per un rinnovamento personale a vantaggio di una considerazione collettiva. Oltre a sottolineare il “quarantesimo giorno (prima di Pasqua)”, Quaresima secondo la trafila etimologica dell’equivalente inglese lent fa riferimento alla primavera.

“Ansiosa di precipizi”, la capra alimenta con il suo latte questa stagione dell’anno: stimato in epoca medievale come simbolo di Cristo, l’animale venne scelto da Dante (Purgatorio, canto XXVII) per raffigurare se stesso. Esaltando l’attitudine della capra, l’arazzo intessuto dalla Cooperativa Tessile Su Marmuri di Ulassai sottolinea l’urgenza di tessere, l’importanza di toccare, il compito di raccontare.

E allora, mettendo insieme tecniche, poetiche, artisti, generazioni, modi di sentire e di vedere diversi, questa mostra intende sottolineare come la fede significhi anche lealtà solenne rivolta a qualcosa in cui si crede e impegno nei confronti di qualcuno con cui ci si unisce; infine miracolo equivale a segno in cui si deve riconoscere ma anche scoprire per imparare e sorprendersi.

In fin dei conti non è altro che un invito a dedicarsi nel profondo e fino in fondo ad una nuova primavera.

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